Erich Kästner

Erich Kästner Poco noto in Italia, ma celeberrimo nei paesi di lingua tedesca, Erich Kästner (1899-1974) è stato con Bertolt Brecht il poeta più di successo negli anni della Repubblica di Weimar e uno degli scrittori e intellettuali più brillanti, ironici e sarcastici di area tedesca.erich-kastner
Pur essendo un oppositore del nazionalsocialismo, Kästner, infatti, non emigrò dopo l’ascesa al poter di Hitler, ma non ebbe certo vita facile; fu più volte interrogato dalla Gestapo ed escluso dall’associazione degli scrittori; i suoi libri vennero bruciati perché considerati contrari allo spirito del regime e filobolscevichi, ulteriori pubblicazioni nell’ambito del Reich gli furono vietate.
Quando perse la sua casa berlinese, Kästner si unì a un gruppo di cineasti e si trasferì in Tirolo e vi rimase fino alla fine della guerra. Da lì si spostò a Monaco dove, dove fondò la rivista per ragazzi Der Pinguin (1946) e collaborò al cabaret “Die Schaubude” per mettere in discussione coi suoi Lieder e i suoi sketch i problemi di una Germania deturpata esteriormente e interiormente dalla barbarie di un’ideologia nefanda.

Dal 1952 al 1962 fu presidente del Pen Club della Repubblica federale di Germania.

Si considerò un erede dell’illuminismo tedesco ed usò la schermaglia dell’umorismo o la violenza della satira per denunciare nelle sue “poesie d’uso” l’inerzia del suo tempo, la meschina ottusità della morale borghese, la brutalità militaristica e fascista.

La sua poetica rientra nella cosiddetta “Lirica d’uso”, quella poesia in grado di fornire

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Monumento dedicato a Kästner

idee immediate, riflessioni, emozioni, suggerimenti sulla quotidianità anche più concreta. Da qui le numerose poesie di commento a fatti politici, militari, economici, morali, religiosi, personali nel senso più ampio. L’immediatezza delle sue opere le tematiche quotidiane, originali e intriganti, inerenti la vita di ciascuno fanno delle poesie di Kästner, anche grazie alla loro forma poetica volutamente tradizionale e quindi facilmente accessibile, un patrimonio di testi capillarmente letto e apprezzato nei territori di lingua tedesca a partire dagli anni Venti del ‘900.

Nella ricca e fortunata produzione per ragazzi tende a spezzare il mito della sacralità del mondo degli adulti.

Da ricordare i volumi di liriche Herz auf Taille (1928); Lärm im Spiegel (1929); Ein Mann gibt Auskunft (1930); Gesang zwischen den Stühlen (1932); Kurz und bündig (1950); Die Dreizehn Monate (1955).

Tra le opere di narrativa, accanto ai libri per ragazzi (Emil und die Detektive, 1928, trad. it. 1954; Pünktchen und Anton, 1931, trad. it. 1932; Das fliegende Klassenzimmer, 1933, trad. it. 1934; Das doppelte Lottchen, 1949, trad. it. Carlotta e Carlottina, 1950; Der kleine Mann, 1963; Der kleine Mann und die kleine Miss, 1967), si segnala soprattutto il romanzo Fabian (1931, trad. it. 1934), amaro apologo della Germania prehitleriana. Ricordiamo ancora i testi teatrali Die Schule der Diktatoren (1956), Das Haus Erinnerung (1958) e l’ultimo romanzo Der Zauberlehrling (1974).

Riportiamo alcune sue poesie:

Voci dalla fossa comune

(Per il giorno dei morti. In vece di un sermone)
Qui noi giaciamo, già da tempo sfatti.
Voi di passaggio dite: dormon profondo.
Ma noi giaciam rivolti e senza sonno,
perchè il timor di voi ci tiene svegli.
Abbiam la terra in bocca. E stiamo zitti.
Pur grideremmo acché la tomba esploda!
Pur grideremmo, dalle fosse, in piedi!
Ma abbiam la terra in bocca. Voi non sentite
altro che la chiacchiera del prete
che cerca col suo Capo affiatamento.
Il vostro caro dio non ha mai perso guerre
e vuole che diciate: Pace ai defunti!
Di dio apprezzerete i funzionari
che sulla fossa parlan del Dovere.
Noi sottoterra, lor di sopra, bravi,
dicon: “Non è la vita il bene più prezioso”.
Qui noi giaciam, la bocca pien di terra.
E non fu come pensavam del dopo:
perimmo. Perimmo senza scopo.
Voi un giorno appresso all’altro combattete.
Quattr’anni di massacri. Solo chiacchiere dopo.
Voi di passaggio dite: dormon profondo.
Quattr’anni di massacri. Un po’ di fiori dopo.
Non creder mai a dio ne’ alla sua gente!
Dannato sia chi non lo ha chiaro in mente!

Conosci il paese dove crescono i cannoni?

Conosci il paese dove spuntano i cannoni?
Non lo conosci? Tu lo conoscerai.
Là stan procuratori audaci e fieri
negli uffici, come fossero caserme.
Là sotto la cravatta spuntan bottoni da caporale,
là si portano elmi invisibili.
Là si hanno delle facce, ma non teste,
e chi va a letto pur già si riproduce.
Se un superiore, là, vuole qualcosa
-ed è il suo lavoro, volere qualcosa-
l’intelligenza prima si contorce e poi crepa,
gli occhi rotolano, e con nerbo, a destra.
Là i bambini vengono al mondo con piccoli speroni.
e con la divisa dei capelli già tracciata.
Là non si nasce come civili o borghesi,
là viene favorito chi tiene chiuso il becco.
Conosci quel paese? Potrebbe esser felice,
potrebbe esser felice e rendere felice.
Ci sono campi, carbone, acciaio e pietra,
ed onestà, e forza, ed altre belle cose.
Certo, di quando in quando ci son spirito e bene
e vero eroismo – ma non in molti.
Là c’è un bambino in un uomo su due,
che vuol sempre giocare ai soldatini.
La libertà, là, non matura, ma resta verde.
Ciò che pur si costruisce, diventa sempre caserme.
Conosci il paese dove spuntano i cannoni?
Non lo conosci? Tu lo conoscerai.

Il tredicesimo mese

Come sarebbe, se ce lo si potesse augurare?
Sarebbe un mese bisestile? Si chiamerebbe forse undicembre?
A chi ne bastano dodici non si può essere d’aiuto.
Che aspetto avrebbe il tredicesimo dei dodici?
La primavera sarebbe in piena fioritura.
Rose e gelsomini festeggerebbero l’estate.
E le mele penderebbero, morbide e rosse e d’oro,
Fra i rami d’autunno.
Gli abeti uscirebbero sotto innevati
Berretti croati dalla selva di betulle
E al mercato delle stagioni
Comprerebbero mughetti.
Adamo ed Eva, distesi sul prato,
Farebbero l’amore su un letto di violette,
Come se nessuno dal paradiso
Li avesse cacciati.
Giallo sarebbe il grano. E blù i grappoli d’uva.
Noi sogneremmo, e la terra sarebbe il sogno.
Tredicesimo mese, lascia che crediamo in te!
Il tempo ha spazio!
Scusa se siamo tanto temerari da tratteggiarti.
S’agita il velo. Il tuo volto resta occultato.
Non si fa, lo sappiamo, con dodici vecchi quadri
Un quadro nuovo.
Perciò crea tu te stesso! Con suoni inauditi!
Con colori che nessun arcobaleno può esibire!
Depreda il tuo tesoro da bellezze mai accadute!
Taci? Tace.
Il tempo fa tic tac. L’anno si volge in circolo.
E divenire può soltanto, quanto già sempre fu.
Pazienza, cuore mio. In circolo procede il viaggio.
E a dicembre gennaio seguirà.

Saldo mortale

Un uomo che tentò il suicidio
e fu salvato ormai incosciente,
tornato finalmente in sé redasse
la lettera seguente:
«Mi avete ridestato, voi, dementi!
Vi ho fatto far del moto. Io già ero morto.
Mi avete prima flesso e poi allungato.
Già quasi trapassato ero, accidenti!
Voi mai pagaste le mie tasse.
Voi manco un marco mi prestaste.
Io avevo un posto, e voi me lo rubaste.
E mai voi me ne procuraste un altro.
Voi poi mi sbatacchiaste in ogni dove.
Vi chiesi del lavoro. Inutilmente.
Voi mi squadraste freddi e corrucciati.
Voi a me parlaste come a un delinquente.
Voi mai quand’ero infermo mi guariste.
Voi ogni volta che ero infermo mi offendeste.
Voi in vita mai vi vidi premurosi!
E a voi la mia signora si concesse.
Mi risvegliate: avete un bel coraggio!
Mi tratteneste. Andarmene io volevo!
Se c’è chi infine fa ciò che io ho fatto,
allora è un omicidio il salvataggio.
Ancor non vi è bastato martoriarmi?
Dovrà avvenire ancora un po’ per giorno?
Ah, proprio no! Ci manca solo questa! Non mi va più! Perché? Non voglio e basta».
Non ti è concesso vivere se non si può.
E quando del suo salvataggio lesse nel giornale
salì su al quarto piano e giù in cortile,
sedeva lì sua figlia, si gettò.